UN PO' DI STORIA
da: ALESSANDRO OLSCHKI, Centotredici anni. Catalogo storico della mostra (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, 22 aprile - 23 maggio 1999).
Leo Samuele Olschki nasce a Johannisburg, nel territorio polacco della Prussia Orientale, il 2 gennaio 1861 in una famiglia di tipografi dedicata principalmente a testi di lingua e tradizioni ebraiche. All'età di 5 anni rimane orfano del padre; dopo l'inizio degli studi secondari in Polonia si trasferisce a Berlino dove li termina iniziando successivamente un tirocinio presso la libreria di S. Calvari. Il 1 ottobre del 1883, ventiduenne, è chiamato a dirigere la libreria Münster di Verona. Tre anni dopo, a venticinque anni, fonda la propria attività il primo marzo 1886.
Sposa Paola Rosen (ca.1863-1895) probabilmente nel 1883: diviene la madre dei sei figli Leonardo (1885-1961); Elvira (1887-1970); Adele (1889-1972); Cesare (1890-1971); Margherita (1892-1979); Aldo (1893-1960). Rimasto precocemente vedovo con sei figli da seguire contemporaneamente al massimo sforzo che compie nei primi anni di attività, sposa in seconde nozze, nel 1898, Regina Caro nata a Poznan, in Polonia, dalla quale non avrà figli.
La nota difficoltà del parlare polacco costituisce una positiva palestra per l'acquisizione di altre lingue: di questa (quasi genetica) sopravvenienza attiva Leo approfitta a piene mani e, auspice anche una prodigiosa memoria, diviene in breve un incredibile poliglotta con la perfetta padronanza di tutte le lingue occidentali oltre, naturalmente al polacco, all'ebraico, al latino e al greco antico. Una situazione di privilegio che gli permetterà non solo di approfondire le sue ricerche storiche sul libro antico ma anche di sviluppare quegli intensi rapporti internazionali che, fin dall'inizio, costituiscono una peculiare caratteristica della sua attività.
La venuta di Leo in Italia coincide con una particolare 'migrazione' di personaggi legati al mondo del libro che varcano le Alpi nella seconda metà dell'Ottocento. Basti ricordare alcuni nomi che hanno instaurato dinastie ancor oggi esistenti: Hoepli, Le Monnier, Sperling & Kupfer, Loescher, Seeber, Rosenberg, Rappaport etc. Anche la scelta del Veneto non è forse casuale per le tracce lasciate dai lunghi anni di dominazione austriaca con l'insegnamento scolastico e la diffusione della cultura tedesca.
Il ritmo del suo lavoro ha dell'incredibile fino dai primi anni. Oltre alla continua pubblicazione di cataloghi e di 'bollettini' a frequenza addirittura quindicinale, nei locali di via Leoni 6 (successivamente trasferiti al n°11 della stessa strada)1 avvengono anche le vendite all'asta con precise indicazioni di comportamento e importanti annotazioni di 'desiderata' e di disponibilità ad acquisire "intere biblioteche, libri rari e preziosi, manoscritti su pergamena, etc. al massimo del valore".
Dall'attenta e importante ricostruzione di Cristina Tagliaferri Cataloghi della libreria antiquaria Leo Samule Olschki (1886-1938) si rileva che, si badi bene in aggiunta ai 'bollettini' e ai cataloghi delle vendite all'asta, soltanto nei primi due anni veronesi (1886-87) Leo pubblica ben 14 importanti cataloghi per soggetto, 24 negli undici anni veronesi-veneziani e ben 79 nell'èra fiorentina dal 1898 al 1938, oltre a importanti cataloghi non numerati consecutivamente. Da aggiungere, e non è certo poco, la geniale intuizione (nata a partire dal 1907) della serie Choix de livres anciens rares et curieux iniziando una collana logico-tematica di cataloghi che descrive, in successione numerica, indicandone anche il valore con la massima accuratezza, ben 21.773 libri di pregio. Per l'attenzione nelle descrizioni bibliografiche - per le quali Leo diviene famoso - e anche per le attendibili quotazioni del valore dei libri (espresso in 'Lire-oro' o in franchi svizzeri) i tredici volumi che compongono questo repertorio costituiscono, da sempre, una fonte di riferimento per tutte le librerie antiquarie e la citazione "Olschki" seguita dal numero di "Choix" è divenuta uno standard.
Per la storia dell'attività le tappe essenziali sono le seguenti: la fondazione a Verona nel 1886; il trasferimento a Venezia nel 1990; la definitiva collocazione a Firenze nel 1897; la fondazione della Tipografia Giuntina nel 1909 e l'apertura della filiale romana nel 1915 in via Condotti 7 successivamente trasferita in via Fontanella Borghese 20-22 (intorno al 1920) e poi in via del Babuino 153: è l'ultima sede romana che verrà definitivamente chiusa agli inizi degli anni Cinquanta. Ulteriormente, quando durante la prima guerra mondiale Leo viene costretto una prima volta all'esilio in Svizzera come 'cittadino nemico' avendo il passaporto tedesco, continua l'attività a Ginevra (dove nasce l'«Archivum Romanicum» e i suoi sofferti contatti con Giulio Bertoni) dando vita alla "SALSO" (Société Anonime Leo S. Olschki) sotto l'insegna del "Cabinet du bibliophile genevois". Per la cronaca, viene costretto all'esilio ancora una seconda volta per le leggi razziali nel 1938 - per la sua fede ebraica - e di nuovo si trasferisce in Svizzera dove conclude la propria operosa esistenza il 17 giugno 1940.
Negli inizi veronesi del 1886 (ma esistono documenti antecedenti) e nei successivi anni veneziani l'attività è prevalentemente antiquaria e il contatto di Leo con le tipografie avviene per la necessità di dar vita ai suoi cataloghi che, in breve tempo, lo avrebbero reso famoso come uno dei maestri nella descrizione e valorizzazione del libro antico. Il ritmo incessante con cui si susseguono i cataloghi di vendita (nei primi 50 anni ben 113 cataloghi oltre a 107 bollettini) inframmezzati da quelli frequentissimi di vendite all'asta, testimoniano la sua fervida e quasi incredibile attività che affonda sempre più in un fertile 'humus' le radici di questa pianta ponendo le premesse più valide per garantirne il successo e la longevità. Negli ultimi anni dell'800 Leo non resiste al fascino di Dante: a lui sono dedicate le prime edizioni e, non a caso, anche il suo primo impegno nell'ambito dei periodici con «L'Alighieri - Rivista di cose dantesche» che fonda nel 1889 con la direzione di Francesco Pasqualigo confluendo successivamente (1894) ne «Il Giornale Dantesco» sempre pubblicato fino alla sua scomparsa (1940) con la direzione di Giuseppe Lando Passerini e, successivamente, di Luigi Pietrobono e Guido Vitaletti.
L'attività editoriale 'crescit eundo' specialmente dopo il trasferimento a Firenze: Leo ne trae quella intima soddisfazione che giustifica lo sforzo imprenditoriale di dar vita a preziosi cimeli (nelle prime decadi del Novecento) come l'edizione monumentale della Divina Commedia nel cinquantenario dell'unità d'Italia; la riproduzione de Il codice landiano della Divina Commedia nel sesto centenario della morte di Dante; il facsimile de Lo Zibaldone boccaccesco mediceo-laurenziano; la grande collezione di Disegni degli Uffizi; La Miniatura Fiorentina di Paolo D'Ancona; Il Milione di Marco Polo.
Afferma, non senza compiacimento, di fare l'editore "con le briciole dell'antiquariato" ma questa favorevole circostanza inizia a perdere la propria connotazione quando tristi vicende politiche influiscono gravemente sull'azienda (fino a vietare che l'attività possa continuare con lo stesso 'ebraico' nome) per non esistere più nell'immediato dopoguerra quando, nel 1946, Cesare e Aldo decidono di dividere in due distinte imprese la Libreria Antiquaria e la Casa Editrice. Di questa traumatica e dolorosa scissione proprio io ne sono l'involontaria e incolpevole causa: le divergenze sorte sulla conduzione dell'azienda si acuiscono fino alla rottura quando mio padre manifesta a mio zio il desiderio del mio inserimento nell'attività della libreria antiquaria editrice; avevo, allora, ventuno anni.
Le leggi razziali hanno un severo impatto personale e imprenditoriale per gli Olschki. Oltre al già ricordato decisivo e finale esilio di Leo, anche Aldo e Cesare affrontano problemi non indifferenti di sopravvivenza per sfuggire alle retate nazi-fasciste. La decisione di negare ai cittadini 'non ariani' la titolarità di imprese porta come conseguenza la forzosa cessione della Tipografia Giuntina e l'impossibilità di continuare a legare il proprio cognome all'attività antiquaria ed editoriale. Nel periodo della guerra si è dovuto, quindi, sostituire il nome sulle copertine dei libri e dei cataloghi di antiquariato con quello, immaginifico, di "Bibliopolis" conservando tuttavia la sigla in calce alla quale, in caratteri minuscoli, fu data la valenza delle iniziali 'LSO' con il motto "Litteris Servabitur Orbis", una invenzione di Leonardo, il maggiore dei fratelli.
Assumere la parte editoriale senza il supporto di quelle importanti 'briciole' cui faceva riferimento Leo è una decisione difficile e - nonostante la malferma salute per le ricorrenti crisi di asma che lo tormentano - ci vuole il coraggio e la determinazione di Aldo considerando che per la parte editoriale, certamente la meno doviziosa, si deve ricominciare da zero. In pratica le prime mosse avvengono sulle fumanti rovine che la guerra ha lasciato dietro di se con la distruzione della libreria di Lungarno Corsini 2 (sull'angolo del Ponte a Santa Trinita), della sede di via XX Settembre e le gravi ferite inferte alla villa di Via Vanini per le mine tedesche che hanno fatto saltare il ponte sul Mugnone. Non esiste una stanza, una scrivania, un telefono e i primi passi sono resi possibili unicamente per l'ospitalità concessa dalla Soprintendenza alle Gallerie, con una provvisoria sede in via della Ninna al numero 5 alla quale fa seguito una provvisoria sistemazione in via Sassetti.
Aldo mantiene l'indirizzo tradizionale dedicato alle scienze umanistiche senza alcuna apertura verso un'editoria più facile dal punto di vista imprenditoriale ma che avrebbe snaturato l'immagine stessa della casa editrice. Dopo un precario riassetto della grande biblioteca di Leo al piano terreno della villa di via Vanini è stato possibile ricominciare il lavoro sia pure in condizioni di emergenza superando difficoltà di ogni genere per la precarietà dei rapporti con gli stabilimenti tipografici che stavano rinascendo dopo la guerra e la difficoltà del reperimento della materia prima essenziale: la carta.
Nel 1950, abbandonati i locali di via Vanini, l'attività viene trasferita in via delle Caldaie al n.14, nelle Firenze degli artigiani dove, nell'atmosfera dell'homo homini deus, Aldo riprende il suo gravoso impegno inserendo nel catalogo due discipline che hanno un preciso riscontro in sue personali passioni: la musicologia e l'archeologia. Le difficoltà dell'azienda persistono, soprattutto per la lenta riapertura dei mercati esteri, tanto che Aldo - tramite i buoni uffici del musicologo Claudio Sartori - inizia una trattativa con l'avv. Michele Sindona per la cessione dell'azienda. I contatti procedono non senza mia viva preoccupazione ma, in un incontro milanese con il finanziere allora sulla cresta dell'onda, mi riesce - fortunatamente - di gettare acqua sul fuoco e l'ipotesi svanisce.
In seguito all'aggravarsi della sempre malferma salute, Aldo abbandona prematuramente la consuetudine con il mondo dei vivi a 70 anni, il 9 ottobre del 1963, lo stesso giorno della tragedia del Vajont, lasciando interamente sulle mie spalle la responsabilità del presente e del futuro. Fortunatamente già dal 1945 avevo cominciato a collaborare con mio padre e i lunghi anni trascorsi al suo fianco mi hanno dato modo di acquisire non solo la necessaria esperienza specifica in un settore editoriale così particolare, ma anche di confrontarmi con la sua eccelsa umanità e la rettitudine che era il connotato principe del suo essere.
Dopo i disastri delle due guerre e delle vicende politiche che ebbero ripercussione sull'attività dell'azienda, una nuova calamità ne mette a dura prova la sopravvivenza: l'alluvione del 4 novembre 1966 che travolge la metà del patrimonio più prezioso - il magazzino - in un locale a piano terra del palazzo Vivarelli Colonna in via Ghibellina dove l'acqua raggiunge 5 metri e 70 centimetri. Si cerca di salvare il salvabile: in pratica soltanto i libri collocati in alto negli scaffali faticosamente recuperati che, essendo rimasti compressi contro il soffitto e quindi macchiati di fango solo ai bordi, sono ancora leggibili e in parte disponibili per gli studiosi.
Il magazzino delle Caldine, che avevo acquistato nel luglio del 1966 ma che sarebbe stato agibile solo a dicembre (!), nonostante la distruzione di molte diecine di tonnellate di libri in seguito all'alluvione, diviene presto insufficiente per il continuo divenire dell'attività editoriale e si impone una nuova soluzione. Nella zona industriale dell'Incisa (ma nel territorio comunale di Reggello) viene considerata la sede più adatta, anche per il facile collegamento autostradale con la sede, e nel 1983 viene costruito un capace capannone di 1.950 mq.
Un nuovo capitolo della lunga storia ha inizio quando, constatando che i locali di via delle Caldaie sono troppo ristretti, mi sono reso conto - e sono stato il primo degli editori fiorentini - che una attività editoriale non ha alcuno scopo di risiedere nel centro della città, ma solo svantaggi. Individuata (nel 1968) l'attuale sede al numero 8 di Viuzzo del Pozzetto, la scelta è stata felice con l'auspicio che il lavoro vi possa continuare 'ad multos annos' per le future fortune della nostra attività.
Confortato dalla costante operosità di mia moglie Lydia che ha trascorso, a mio fianco, una vita nell'azienda, ho il non comune privilegio di avere - ormai da molti anni - accanto a me anche ambedue i figli Daniele e Costanza (e sua figlia Serena) che nella casa editrice hanno profuso quanto di meglio può essere previsto come trampolino di lancio per il secondo centenario: il rinnovamento nella tradizione.
ALESSANDRO OLSCHKI
